Oggi lascio la zona di Hakone alla volta di Nakatsugawa e della seconda escursione.
Sul mio programma di viaggio ho scritto: “partire presto, prendere Shinkansen Hikari”. Il primo punto riesco a rispettarlo, ma a Odawara sbaglio treno e invece dell’Hikari prendo l’altro shinkansen, il Kodama, assai più lento. Ormai sono salita, pazienza.
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| Souvenir di Hakone preso alla stazione: si capisce che il gattino è accovacciato su un uovo nero? |
Fra l’altro il treno è pieno e non ci sono posti liberi vicino al finestrino, quindi mi siedo accanto a una signora anziana e così, tanto per rompere il ghiaccio, le dico che oggi è proprio una bella giornata. Lei rimane affascinata dalle tre parole giapponesi che ho messo insieme (come tutti i giapponesi, fra l’altro) e inizia a raccontarmi tutta la sua vita, quanti anni ha (ai giapponesi piace farlo sapere) e che sta andando a trovare il fratello malato che è ricoverato a xxx (nome non pervenuto). Quando passiamo con il treno davanti al monte Fuji, che oggi si vede veramente bene, insiste perché cambiamo di posto, così dal finestrino posso fare le foto.
Poi a una stazione mi dice “aspettami, eh?” e scende dal treno per andare a comprare due pacchetti di caramelle mou, uno per me e uno per lei. E con l’incarto di una caramellina fa una mini gru e mi regala anche quella.
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| Ed ecco che fa la sua apparizione anche il topo in gabbia! Ogni tanto lo faccio uscire. |
Fra una chiacchiera e l’altra arriviamo alla sua stazione, ci salutiamo e io proseguo fino a Nagoya, dove mi fermo a comprare un adattatore per il caricabatterie del telefono, prima di salire su un altro treno che mi porta a Nakatsugawa con un ritardo di un paio d’ore sulla tabella di marcia. Da qui infatti prevedevo di imboccare a piedi l’altra antica strada che collegava Kyoto a Tokyo (Edo), la Nakasendo, per arrivare a Magome, un paesino arroccato sul monte nel quale ho prenotato una stanza. Chiedo dunque all’ufficio turistico se secondo loro ce la faccio ad arrivare prima di buio (sono le tre, alle quattro e mezzo comincia a scurire e per Magome ci sono circa dodici chilometri) e loro mi dicono che forse è meglio se prendo l’autobus. Ci penso un momento, poi decido di andare comunque a piedi.
Grazie alla traccia gps che mi sono scaricata da casa trovo subito le indicazioni del sentiero da seguire e ben presto mi lascio Nakatsugawa alle spalle.
Dopodiché la strada è ben segnalata e piacevole da percorrere, con tante cose da vedere e fotografare, belle case tradizionali, tempietti minuscoli, pietre raffiguranti divinità, fino ad arrivare all’ultimo centro abitato segnato sulla mappa, tale Ochiai.
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| I Dosojin sono divinità protettrici della strada e dei viandanti. |
E visto che da qui il sentiero a quanto pare si inoltra nella campagna e poi nei boschi, decido di fermarmi davanti a una pensilina degli autobus e vedere quando passa il prossimo per Magome; ma proprio mentre sto formulando questo pensiero arriva una nonnina tutta ricurva che sembra uscita da un cartone animato. E attacca subito bottone: dove vai? di dove sei? sei canadese? ah, no? mio nipote vive in Canada, una volta sono andata a trovarlo, cerchi la strada lastricata? ti ci porto io. E come si fa a dire di no a una nonnina giapponese? Ci avviamo quindi insieme per un sentierino che ci allontana dalla civiltà, attraversiamo un ponticello e poi su, su un colle. E lei chiacchiera e cammina spedita e io fatico a tenere il passo. Mi dico che è colpa dello zaino che pesa, ma non sono tanto convinta nemmeno io. Alla fine arriviamo a un bivio, lei prosegue a sinistra (e ancora più su!) e io a destra, ringrazio e saluto e sono proprio felice. Ho ancora molta strada da fare, quando trovo il sentiero lastricato che entra nel bosco. Le ombre già iniziano a farsi lunghe e mi sovviene quello che mi dice sempre la mia mamma prima di ogni viaggio: “fai ammodino e non andare nei pericoli”. Chissà se entrare in un bosco su un monte poco prima del tramonto senza avere idea di quanto duri il bosco è considerato un pericolo?
Nel bosco, effettivamente, la luce cala drasticamente. Mi rincuora un po’ il fatto che la mia mappa a un certo punto segni una casa da tè, ma quando ci arrivo e la trovo in stato di abbandono ci rimango un po’ male.
Male di poco, proseguo e quando finalmente mi lascio il bosco alle spalle e ritrovo gli ultimi raggi di sole che tingono tutto di rosso, dietro di me la vista sulla vallata è spettacolare. E il sentiero continua a salire e piano piano iniziano le case e le risaie e lungo la strada ci sono laghetti con le carpe.
A un certo punto un torii sulla strada segnala la presenza di un tempio nel bosco e sarei tentata di andarlo a vedere, ma comincia a fare buio sul serio e non so quanto manchi ancora al paese. Faccio un paio di foto e proseguo a malincuore.
Quando alla fine arrivo a Magome è buio. Il negozio di alimentari all’inizio del paese sta già chiudendo, faccio appena in tempo a comprare una confezione di cup noodle per la cena e delle banane.
L'albergo
che ho prenotato è in una vecchia casa tradizionale di legno e in bagno
fa un freddo pinguino, ma la vasca è piena di acqua calda, quindi una
volta che ci si è lavati ci si possono scaldare le ossa stando in
ammollo per un po'. Belle le case giapponesi!
Dopo il bagno vado
nella sala comune a mangiare i miei cup noodle. Ci sono altre due
coppie, una mista (lei cinese e lui... italiano!) e una canadese; ora, i
canadesi sembrano due artisti di strada, lei carina e minuta, lui
rastone con i capelli lunghissimi; invece sono insegnanti di scuola
elementare... e mi dicono che il mio nome è facile da ricordare, perché
nella loro città c'è una strada che si chiama "nicolet drive". Io invece
i loro nomi me li dimentico nell'attimo in cui me li dicono... Restiamo
un po' a chiacchierare e a guardare un interessantissimo programma alla
tv in cui c'è gente che taglia alberi a caso, poi ci salutiamo e
andiamo a dormire.
Il mio
termometro segna -2 gradi.












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