Iya no kazurabashi

Mercoledì 29 novembre 2017

Oggi saluto Takamatsu e parto per la valle dell'Iya, dove ho in programma un'altra camminata per arrivare a uno dei ponti di liane della vallata. Di rimando, Takamatsu mi saluta così, con il sorriso della sua stazione e del demone blu che è lì davanti.



A dir la verità non sono proprio convinta della camminata che dovrò fare oggi, dato che il dolore al piede iniziato nei giorni scorsi è andato peggiorando e ora zoppico vistosamente. Da programma, comunque, dovrei andare in treno fino a Iyaguchi e da lì farmi 19 km a piedi fino alla guest house che ho prenotato in un villaggio il cui nome -Nishiiyayamamura- spero di non dover pronunciare mai. Domani, poi, dovrei scarpinare altri tre chilometri all'andata e tre al ritorno per visitare il ponte di liane, prima di prendere armi e bagagli e trasferirmi all'altro albergo che ho prenotato qui in zona, sull'altro versante del monte, lungo il fiume Yoshino. E il giorno dopo vorrei andare a Kochi, prima di trasferirmi, il giorno dopo ancora, a Tokyo dove ho appuntamento con mia sorella che sta per arrivare... Ma andiamo con ordine.

Arrivo dunque a Iyaguchi e mentre valuto se proseguire a piedi oppure no, mi imbatto in questo cartello che, dopo minuti e minuti di contemplazione, decifro così: "anche se qui c'è il sole, in montagna potrebbe piovere, quindi occhio".


Ora, visto che è già nuvoloso, sono ancora più restia a imboccare la strada, seppur asfaltata, che si snoda lungo il versante del monte. Mi scoccia in particolar modo poiché so che, lungo la strada, a un certo punto si trova il Peeing Boy, la statua di un bambino che fa pipì nel canyon dall'alto di una rupe, che vorrei troppo vedere. Mentre dunque continuo a pensare ferma davanti al cartello, ecco il solito vecchietto attacca-bottone (questo è vecchissimo, pure sulla sedia a rotelle elettrica) che mi chiede dove vado e mi dice che c'è un autobus che passa ogni *tante* ore. Non sono ancora convinta e mi spingo sul ponte per fare un'altra foto al fiume e alla vallata,



quando vedo passare l'autobus in questione. L'autista mi vede e mi fa un cenno e a questo punto mi arrendo e salgo. E deve essere abituato ai turisti, questo autista, perché quando arriviamo alla statua del bimbo si ferma e ci fa scendere, me e le altre due signore che sono sul bus (coreane), per fare le foto.


Dunque il programma della giornata è stravolto. Dovevo arrivare nel tardo pomeriggio all'albergo, invece con l'autobus sono al Kazurabashi, il ponte di liane, in meno di un'ora. Scendo direttamente lì, così almeno i tre chilometri fino al villaggio Nishiiya-eccetra me li farò a piedi.
Il ponte. È di liane. È sospeso. E bisogna pagare 500 yen per attraversarlo. Io chiedo se posso andare con lo zaino grande sulle spalle, non si sa mai. Lui dice che non ci sono problemi. Prima di avventurarmi faccio delle foto e mi chiedo come mai staranno tutti attaccati ai bordi del ponte, mpf, fifoni!


Ora faccio una premessa: anni e anni fa ebbi occasione di lavorare in teatro, per l'allestimento di alcune opere liriche. Durante la pausa pranzo mi piaceva andare nello stanzone sopra il palcoscenico, una mansardona tranquilla e luminosa dalla quale si aveva accesso al graticcio, quella struttura di travi di legno che sta sopra al palco. Una volta camminai su questo graticcio per andare a vedere un marchingegno che stava dall'altra parte e quando feci per tornare indietro, mi venne fatto di guardare giù: fra una trave e l'altra si vedeva il palcoscenico sotto e io rimasi paralizzata dalla paura, irrazionale, di cadere giù. Dico irrazionale perché lo spazio fra le travi non era sufficiente nemmeno a far passare un piede, ma giuro che ero proprio pietrificata, non riuscivo più a muovere un passo. Rimasi lì ferma per diverso tempo, poi riuscii piano piano a mettermi a quattro zampe e a tornare sul ballatoio in cemento. Da questo episodio credo che sia derivata la mia paura di camminare su qualsiasi tipo di grata. Anzi, no, non tanto paura delle grate, quanto paura di aver paura e di rimanere paralizzata come quella volta.

Tutto questo per dire che ancora non so come ho fatto ad attraversarlo, il ponte, ma di certo non mi sono staccata nemmeno per un attimo dal corrimano...







Qui incontro anche il primo occidentale che vedo da quando ho messo piede nello Shikoku e lo fermo per dirglielo. Manco a farlo apposta è italiano...
Una volta dall'altra parte, mi riprendo un po' mangiando una scodella di udon in brodo, dopodiché inizio a incamminarmi verso l'albergo.
Quando arrivo è ancora giorno. I ragazzi della Yoki Guesthouse, lei giapponese, lui boh, norvegese? sono bellissimi, mi dicono che in paese c'è un solo negozio di generi vari, però se mi interessa, ci sono cinque parrucchieri. Ringrazio per l'utile informazione e, dopo ricca lavata, esco a cercare cibo. Ahimé, il negozietto, come mi hanno detto anche loro, è molto piccolo e molto sfornito. Riesco a recuperare un pacchetto di patatine e un panino dolce.

Il paesaggio mistico dal ponte di Nishiiyayamamura

 Intanto si è fatto buio e io sto vagando nei dintorni di quel paese dal nome tanto lungo quanto il giramento di palle che ho per non aver combinato niente o quasi in tutto il giorno, quando sento una musichetta provenire da un furgoncino che viaggia tutto illuminato. Dalla guesthouse esce la ragazza e mi grida di fermarlo. Non so cosa sta succedendo, ma inizio a correre dietro al furgoncino urlando "matte, matte, aspetta!"
Era lui, il leggendario furgoncino del ramen, quello di cui tutti hanno sentito parlare, ma che nessuno ha mai visto!
Me lo dice anche la ragazza della guesthouse, che pure è giapponese, di non averne mai visto uno. Lucky!




La giornata quindi si conclude così, il giramento di palle è sparito in un istante e io mi godo in pace il mio ramen del furgoncino ambulante.
Anzi, dopo cena i ragazzi della guesthouse mi chiedono se voglio andare con loro all'onsen lì vicino, ma declino l'offerta e vado a dormire: ho già pronto il programma 2.0 per domani e non voglio fare tardi.



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