Nel Paese degli udon

27-28 novembre 2017

Inizio il mio soggiorno a Takamatsu con il trenino elettrico tipico di qui, il Kotoden, che mi porta al parco Ritsurin. Non ci sono parole per descrivere la bellezza di questo giardino, lascio parlare le foto.






Merenda veloce in questo negozietto all'interno del parco: yaki dango!

Il giro del parco mi prende tutta la mattina e dopo pranzo mi incammino piano piano verso il mare. Ora voglio vedere il faro rosso, anche quello, oltre al parco e al trenino elettrico, appariva in una puntata di quel cartone animato che ho visto!
Quando arrivo al mare il sole sta già tramontando, meglio così: la particolarità di questo faro è che ha le pareti di vetro e di sera brilla tutto!




Momento magico, il pontile è lunghissimo e siamo lontani dai rumori della città e la ragazza nella foto qui sopra inizia a cantare una canzone nel silenzio della sera. Anche se non sono ancora le sei...


Il che mi ricorda che è ora di cena, quindi torno in centro diretta all'Ofukuro, un ristorantino che mi ero segnata da casa che propone piatti tipici di qui. Prendo diverse cosette e al secondo giro di sake mi offrono una mini fritturina di gamberi. Olé! Il mio primo giorno a Takamatsu finisce così.

Il giorno dopo...

...è la volta del Konpira-san, un tempio shintoista costruito in cima a un monte, dedicato alle divinità protettrici di marinai e pescatori: per arrivarci bisogna salire qualcosa come mille-e-trecento-e-rotti scalini, su una stradina fiancheggiata su entrambi i lati da negozietti di souvenir. Quando inizio la "scalata", comunque, è ancora presto e i negozi sono tutti chiusi.


Questa è la colazione di stamani!

Nonostante l'ora presta, sono molte le persone che salgono insieme a me, anche gente molto anziana col bastone. Che grinta!
Durante la salita, da una comitiva di (penso) dirigenti in completo blu (sono troppo in su con l'età per essere semplici impiegati) si stacca un ometto che viene a chiacchierare con me in un inglese totalmente incomprensibile. Gli rispondo per cortesia, un po' secondo coscienza, visto che proprio non capisco cosa mi sta chiedendo. E immagino che lui non capisca le risposte, ma continuiamo imperterriti per un po' a dialogare così, ognuno dice la sua frase e l'altro risponde con un'altra frase a caso, il tutto condito da grandi sorrisi. O forse ci stiamo trattenendo entrambi dallo scoppiare a ridere, chissà. Ci ritroviamo poi in cima al tempio e faccio appena in tempo a rubare uno scatto al volo al suo gruppo in posa per la foto ricordo. Per la cronaca l'ometto è il secondo da destra.




Dopo un'occhiata al tempio e una tazzina di amazake caldo caldo inizio a ridiscendere verso la città. E questa volta mi fermo in tutti i negozietti di souvenir e compro altri strap per il cellulare. Poi, prima di riprendere il treno per la prossima destinazione, mi fermo a mangiare una scodella di udon fatti a mano e poi un gelato decorato con gli oiri, caramelline locali che pensavo fossero tipo confetti e invece sono tipo polistirolo.




La seconda tappa del giorno è l'altopiano di Yashima, dall'altra parte della città, sul quale sorge l'84° tempio del Pellegrinaggio degli 88 templi (un cammino a lunga percorrenza che tocca, appunto, ottantotto templi della regione dello Shikoku e che viene percorso dai pellegrini, riconoscibili dalla veste bianca, dal bastone e dal cappello di paglia).
Sull'autobus che mi porta quassù siamo solo io e una signora anziana, la quale prima di partire mi informa che dal lato destro del bus si ha la vista migliore sul panorama. Ringrazio e cambio posto.




"Occhio ai cinghiali"

Qui sull'altopiano trovo anche l'unica traccia, e pure un po' sbiadita, di quel cartone animato che mi ha portato qui, il che mi fa pensare che evidentemente non è stato un grande successo nemmeno nella regione che voleva promuovere.


E anche oggi inizia a calare il sole e ad avvicinarsi l'ora di cena, quindi riprendo l'autobus e poi il treno per il centro. Piccola nota: alla stazione di Yashima le panchine hanno tutte dei cuscini ricoperti di centrini patchwork, creati probabilmente dalla gente del posto. Mi stupisce sempre assistere a questi piccoli esempi banali di civiltà impensabili in Italia.


Tipo questo, ombrelli appesi fuori da un konbini ad uso dei clienti che ne sono sprovvisti, per dirne uno...


Stasera per cena voglio mangiare il cosciotto di pollo, l'honetsuki dori. Individuo un ristorantino con gente fuori che aspetta il proprio turno (come dice mia sorella, se fuori c'è la fila, il ristorante è buono) e dopo aver avuto conferma da loro che l'honetsuki dori di quel locale è ottimo, mi metto in fila anch'io. Di fatto poi entro prima di tutti perché, si sa, un posto al bancone si trova sempre. Come ho già notato in questi giorni, qui i menu sono solo in giapponese, ma tanto oggi vado sul sicuro e chiedo subito il pollo. Tutta la mia sicurezza svanisce però quando me lo portano corredato da un paio di forbici... Sbirciando gli altri, noto che vanno usate per disossare il cosciotto di pollo, ma temendo di fare una figuraccia fermo il tizio del locale e gli chiedo se posso mangiare con le mani. Al che lui, impietosito, prende le forbici e in quattro e quattr'otto mi disossa il pollo alla perfezione. Arigato e itadakimasu!
Il pollo è buonissimo, ma ho ancora fame, al ché guardo il menu e noto che fanno anche il manba no ken-chan, una zuppetta di foglie di senape e tofu che voglio provare. E quando la chiedo al tizio di cui sopra, lui mi fa: "Ma lo sai cos'è?" e aggiunge con faccia un po' schifata: "Happa da, sono foglie!" Bellissimo!





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